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Arcidiocesi Metropolitana di Catanzaro – Squillace
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Introduzione agli scritti paolini
Paolo si presenta come un autore difficile; già lo dicevano i suoi contemporanei (2 Pt 3,16). E’ un grande apostolo; un santo con non pochi difetti: pieno di sé, orgoglioso, implacabile con i suoi nemici; dal carattere duro: lo sperimentarono, a loro spese, Pietro (Gal 2, 11-14), Barnaba e Marco (At 15, 36-40), i Corinti che ha minacciato di ricondurre all’ordine, a colpi di bastone (1 Cor 4,21), i Galati che ha chiamato stolti (Gal 3,1). Eppure, alle volte, tenero di una tenerezza materna (Fm 1,12; Fil 1,7). Le fonti per conoscere Paolo sono le lettere paoline e gli Atti degli Apostoli, specialmente a partire dal capitolo 13. Ma poiché le notizie offerte dagli Atti sono avvolte da una interpretazione teologica, sono preferibili le lettere di San Paolo, vero ritratto della sua personalità e del suo pensiero.
Tre culture sono confluite in lui: quella ebraica, quella greca e quella romana. La cultura che più profondamente ha marcato Paolo è quella ebraica: nato a Tarso, una città incorporata nell’impero romano, apparteneva ad una famiglia ebraica della diaspora. Aveva due nomi: Saulo e Paolo. Prima educazione in seno alla famiglia…ed alla sinagoga di Tarso. Ha perfezionato i suoi studi alla scuola del celebre Gamaliele. Anche da convertito, proiettato verso il mondo pagano, perseguitato dalla sinagoga ebraica, si è sempre sentito ebreo (2 Cor 11,22; Fil 3, 4-6). L’altra cultura, entrata nell’animo di Paolo, è quella greca: parla ed usa il greco con disinvoltura; ha familiarità con la Bibbia dei LXX; la stessa città in cui è nato (Tarso) è attraversata dalle correnti della filosofia greca; dimostra di conoscere i valori della morale stoica (cfr Fil 4,8). Infine il terzo mondo che ha trovato spazio in Paolo è quello romano: nella sua vita ha avuto modo di incontrare e di confrontarsi con personalità romane (a Cipro, con Sergio Paolo e a Cesarea con Felice e Festo – At 13 e 24). All’occorrenza ha saputo tirare fuori la sua cittadinanza romana (At 22,28). A Roma ha vissuto gli ultimi anni della sua vita, gli anni della piena maturità .
I farisei, nati come gruppo, attorno al 150 a.C., in opposizione a tutti coloro che, sia nell’ambito del potere religioso e politico del tempo che nell’ambito del popolo accettavano volentieri l’influenza della cultura e dei costumi greci, pagani, costituivano un movimento molto vivo ed influente nel giudaismo dell’epoca; raccoglieva un’élite di laici ineccepibili dal punto di vista morale, difensori intransigenti del monoteismo, missionari attivi tra i pagani. Paolo stesso, anche da convertito, non negherà l’elevatezza religiosa e morale del suo passato: era un uomo giusto agli occhi del Dio della legge sinaitica (cfr Fil 3,6). Per lui, come per i farisei in genere, l’impegno principale, il traguardo da raggiungere era la propria salvezza; la costruzione della propria salvezza, attraverso le opere della Legge, la pratica della Legge. Paolo diceva: sono io che mi salvo, che pongo in me stesso le condizioni per meritarmi la salvezza…intanto si andava formando in lui quell’atteggiamento di autosufficienza e di orgoglio, tipico del fariseo che celebrava sé stesso, che si vantava davanti a Dio per le opere che faceva (Lc 18, 9-14). Paolo era schiavo dell’idea che la salvezza doveva costruirsela lui con le proprie mani, osservando la Legge; poi Dio avrebbe messo il suo placet, il suo timbro, la sua approvazione su tutto questo sforzo… Attaccato come era alla Legge, intransigente, accanito, nell’osservanza della Legge, strenuo difensore della tradizione giudaica, ha visto subito nei cristiani una specie di setta eretica, deviazionista. Due cose soprattutto devono avergli procurato un enorme fastidio: un Gesù che si pone davanti all’autorità di Mosè con altrettanta autorità…(Mt 5 – 6 – 7); un messia miseramente impalato, quindi maledetto da Dio (Dt 21,23). Un messia crocifisso costituiva un’eresia, uno scandalo (1 Cor 1,22-23). La sua conversione ha segnato un’alba nuova in Paolo e nella storia del cristianesimo. Tre volte è raccontata negli Atti (cc. 9-22-26); più volte è ricordata nelle sue lettere, specialmente in Gal 1. Non va intesa in termini moralistici, perché Paolo è stato integro nella fedeltà alla Legge; non è un peccatore che ha ritrovato i sentieri del bene, dopo aver percorso quelli del male. Ma anche se agli occhi di sé stesso e degli altri appariva irreprensibile e giusto, interiormente era minato da una distorsione radicale, da una paurosa perversione, perché si era fatto “salvezza di sé stesso”; orgoglioso davanti a Dio, violento verso gli altri, è giunto a vere aberrazioni della violenza … La sua conversione è stata una vera metànoia, un evento di illuminazione… rivelazione, di chiamata alla missione fra i pagani… (At 9-22-26).
Anche se molto intelligente, profondo nel suo pensiero, non è stato un intellettuale di professione, ma un uomo d’azione. Certo ha scritto, ha elaborato una profonda interpretazione della fede cristiana, ma saldando tutto questo con la sua attività di pastore. Egli è la spiegazione e la dimostrazione più evidente dello scopo per cui Luca ha scritto il libro degli Atti… (At 1,8; 28, 30-31). Qui ci occupiamo solo della strategia missionaria di Paolo. L’epistolario e gli Atti ci consentono di conoscere “come” Paolo ha condotto la sua attività evangelizzatrice. Anzitutto è stata un’attività esclusivamente urbana: solo le città erano raggiungibili per via mare, oppure attraverso le celebri strade dell’impero; poi la lingua greca (la koinè) era parlata solo nelle città: il suo annuncio è risuonato prima di tutto a Damasco, poi a Tarso, Antiochia, poi nelle principali città della Turchia (Efeso), della Macedonia (Filippi, Tessalonica), della Grecia; infine a Roma, dopo aver annunciato il Vangelo a Malta, a Siracusa… Il suo inserimento nelle città dell’Impero gli era facilitato dalla presenza delle comunità ebraiche della diaspora. Veniva a trovarsi tra connazionali; parlava nelle sinagoghe; ad ascoltarlo c’erano anche pagani simpatizzanti della religione ebraica; riscuoteva più adesioni fra i pagani; si inimicava ben presto gli ebrei che lo accusavano di proclamare la fine delle tradizioni religiose giudaiche e la fine della legge mosaica. Non escludeva ambienti pagani, come testimoniano gli Atti 19, 8-10; ad Efeso lascia la sinagoga ebraica e si reca nella scuola di un certo Tiranno… Di regola sceglieva località nelle quali il Vangelo non era ancora arrivato; non amava i terreni già dissodati da altri missionari; di questo se ne faceva un punto d’onore (Rm 15,20). Chi finanziava la missione? Le spese non mancavano, perché c’erano viaggi, affitto di locali, missionari-discepoli che lo accompagnavano. Paolo, sovente, ha lavorato fabbricando tende (militari) (1 Ts 2,9); fra tutte le comunità da lui fondate, solo dai cristiani di Filippi ha accettato volentieri aiuti in denaro; da tutte le altre comunità accettava aiuti solo per proseguire nei suoi viaggi (1 Cor 16,6; Rm 15,24). Si lasciava volentieri accompagnare dai discepoli: Barnaba, Sila, Timoteo, Tito, Luca (vedi le sezioni “noi” a partire da At 16), Marco (2 Tm 4,11).
Quattordici sono le lettere che compongono il Corpus Paulinum; e questo secondo una antichissima tradizione: 1-2 Ts, 1-2 Cor, Gal, Rm, Fil, Fm, Col, Ef, le lettere pastorali, 1-2 Tm, Tt. Alla luce della ricerca storico-critica, attualmente la lettera agli Ebrei non può essere fatta risalire a Paolo… Universalmente gli vengono attribuite sette lettere (1 Ts, 1-2 Cor, Gal, Rm, Fil, Fm). Le altre sono attribuite alla tradizione paolina: sarebbero il risultato di un metodo allora molto in uso, cioè quello della pseudoepigrafia, che consisteva nel diffondere scritti, ponendoli sotto la paternità di una persona autorevole, importante, specialmente quando questi scritti nascevano nello stesso ambiente dell’autore a cui venivano attribuiti, o comunque in ambienti vicini. Alle lettere, a cui abbiamo fatto accenno ne mancano alcune: per esempio la lettera ai Laodicesi che Paolo dice di aver inviato (Col 4,16). Ai Corinti, sembra che abbia inviato quattro lettere; ne possediamo due… Quello che più ci interessa è notare che tutte le lettere di Paolo (escluse quella ai Romani) sono state dettate da esigenze pastorali: Paolo scrive sotto l’impulso di problemi, difficoltà, che via via nascevano nelle chiese da lui fondate. L’epistolario paolino porta il marchio del “qui e adesso”; sono tutte lettere apostoliche, pastorali. Quasi sempre si presentavano con lo stesso schema: un indirizzo iniziale con il mittente ed il saluto augurale. I saluti finali accompagnati dalla benedizione. Il corpo della lettera con, nella prima parte, l’esposizione dommatica e, nella seconda parte, l’esortazione morale.
Tutta la vita di Paolo, escluso il tempo della sua formazione, è stata marcata dalla Croce, fino al momento del suo martirio, avvenuto a Roma, nella località, Le Tre Fontane, all’inizio degli anni 60, sotto l’imperatore Nerone. L’interessante teologia della croce che egli ci ha consegnato con i suoi scritti, più che dalla riflessione, è nata da un’esperienza di sofferenza, vissuta con serena perseveranza e particolare forza di fede. |