Risonanze

Clotilde Albonico e Mario Arcuri

“Ho letto l’inno cristologico di Paolo chissà quante volte nella mia esperienza di operatore al servizio della Chiesa di Gesù Cristo, ma da domani credo che lo rileggerò con occhi e cuori diversi”. Potrebbe essere riassunta in questa affermazione di uno dei 150 partecipanti alla “Tre sere con San Paolo” il vissuto di quanti, per il sesto anno consecutivo, si sono dati appuntamento a Squillace Lido per continuare l’esperienza del pellegrinaggio, sui sentieri della Bibbia, che da qualche anno caratterizza uno spaccato importante della chiesa diocesana. Incontri che hanno avuto come protagonista “l’apostolo delle genti”, o meglio ancora la “luce di Cristo”, Paolo di Tarso, presentato con grande lucidità e chiarezza da don Erminio Pinciroli.
La figura di Paolo che si è stagliata nel corso degli incontri (che dopo un’introduzione generale si sono focalizzati sulle lettere ai Filippesi e ai Galati) è quella di un personaggio animato da un grande dinamismo umano e spirituale: nelle sue lettere egli si rivela sensibile, immediato nelle reazioni, capace di grandi e intense emozioni. Senza censure e rimozioni egli parla dei suoi sentimenti profondi, delle sofferenze fisiche e spirituali. Con altrettanta spontaneità parla del suo cuore e del suo corpo, del suo spirito e della sua carne. Nella sua vita di fariseo zelante, prima della conversione, prevale il verbo “salvarsi”, cioè salvarsi con le opere della Legge, la pratica dei precetti mosaici; ma dopo la conversione, nella sua esistenza, prevale, in maniera assoluta, il verbo “essere salvati” dalla iniziativa gratuita di Dio: è Dio che salva, le nostre opere diventano una risposta alla salvezza operata da Dio in noi.
L’attualità e la straordinarietà dell’insegnamento di San Paolo si concretizza nella lettura analitica e approfondita del magistrale inno cristologico che don Erminio ha proposto all’attenta assemblea nella seconda serata. Una lettura preceduta dall’invito paolino (Fil 2,3) “ad essere concordi, a non fare nulla per invidia o vanto, con grande umiltà, stimando gli altri migliori di se stessi”.
Una lettera (quella ai Filippesi) calda, commossa, affettuosa: una conversazione tra padre e figli, fatta più con il cuore che con le parole. Paolo, esortando i Filippesi al coraggio contro i nemici della fede e all'unità degli spiriti, nella più profonda umiltà, eleva un inno a Cristo in cui è riepilogato, in forma stringata e commossa, il mistero pasquale di Cristo. E' un inno uscito dal cuore di Paolo, improvviso come un fiotto di sangue, come una sorgente che si apre nella terra per troppa pressione interna.
Un inno che fa pensare a quanto Paolo già diceva nella prima lettera ai Corinti: “Se non predico Cristo, scoppio, mi sento un maledetto”.
Con affetto profondo, con gli occhi fissi su Gesù povero e crocifisso Paolo invita i Filippesi ad avere gli stessi sentimenti di Gesù che: “Pur essendo Dio non conservò gelosamente il suo essere uguale a Dio. Rinunziò a tutto, si fece servo, fu uomo tra gli uomini e visse conosciuto come uno di loro. Abbassò se stesso, fu obbediente fino alla morte, alla morte di croce. Perciò Dio lo ha innalzato sopra tutte le cose e gli ha dato il nome più grande. Perché nel nome di Gesù in cielo, in terra e sottoterra ognuno pieghi le ginocchia e per la gloria di Dio Padre ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore”.
L'incarnazione e la morte in croce sono i segni supremi dell'amore che Gesù ha avuto per gli uomini e, nello stesso tempo, gli aspetti più convincenti, perché ogni discepolo possa rispondere e contraccambiare l'amore con l'amore.
Ma c’è una parte suggestiva in questo bellissimo brano della Bibbia che ha attirato l’attenzione dei presenti: il concetto di spogliazione. Un valore che ha assunto nella storia della Chiesa una importanza determinante e che spesso viene messo a dura prova. Comprendere Paolo significa pertanto spogliarci di quanto caratterizza la nostra vita di uomini del terzo millennio della storia: una vita di egoismo, ipocrisia, egocentrismo, superficialità anche in campo religioso, dispersione, parole…troppe parole, che tolgono spazio alla “Parola”.
La vera fede in Dio comporta infatti lo stare semplicemente sotto il suo sguardo, nelle sue braccia. La spogliazione spalanca evidentemente la porta a un nuovo modo di vivere: “per me vivere è Cristo”.
Non è la legge, ma è la fede che ci salva: “Abramo credette e fu benedetto”. Non è la Legge, ma è Cristo che ci fa creatura nuova.
Paolo pone l'accento sull'esperienza di Cristo Gesù che definisce la sua identità e gli offre un nuovo criterio di valutazione. Si tratta di una svolta improvvisa che gli ha fatto cambiare direzione di marcia. Egli fa ricorso all'immagine dell'atleta afferrato da una forza improvvisa e lanciato nella corsa: “Non però che io abbia già conquistato il premio o sia arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo” (Fil 3,12).
La terza sera, Pinciroli si è soffermato sulla lettera ai Galati, un testo dallo spessore teologico non comune, ma che si può rendere trasparente, comprensibile: la tesi della giustificazione per la fede in Cristo, che Paolo difende, prima con una argomentazione storica e poi con una argomentazione biblica, facendo riferimento ad Abramo, sarà ripresa con lo studio della lettera ai Romani.
“Figli di Dio sono coloro che si lasciano guidare dallo Spirito” (Rm 8,14): è con questo invito alla riflessione che don Erminio ha dato appuntamento al prossimo anno a Squillace. Sempre con San Paolo. Il pellegrinaggio sui sentieri della Bibbia in diocesi però continua: i pellegrini che decidono di farne esperienza cominciano ad essere veramente tanti.