| Il Pellegrinaggio Mariano
di Mons. Vincenzo Bertolone |
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«Partì la goccia dalla sua patria, trovò una conchiglia, vi entrò e divenne una perla. E tu, uomo,
viaggia da te stesso in te stesso, perché da un simile viaggio la terra diventa oro». Gialal al-Din Rumi è una delle grandi voci mistiche e poetiche dell'Islam. Le sue sono pagine roventi di amore, fragranti per le immagini e i simboli, luminose per la spiritualità che da esse traluce, e diventano diario di un viaggio particolare, quello del pellegrinaggio snodatosi nella notte tra i santuari di Castrovillari e Cassano in segno di devozione alla Madonna. V'è infatti, nella parabola poetica dell'ostrica che, filtrando l'acqua del mare, genera una perla, una metafora del cammino terreno dell'uomo. Un andare non solo e non tanto attraverso le varie fasi della vita, dall'infanzia alla gioventù alla vecchiaia, quanto piuttosto in se stessi, alla ricerca di anima, spirito e trascendenza. Il tema, del resto, è uno dei più penetranti dell'immaginario collettivo: dall'epopea di Ulisse, che ha ispirato generazioni di autori, alla precarietà della condizione umana descritta da Samuel Beckett in "En attendant Godot", al coraggio di guardare avanti esplicitato nella "Strada" felliniana. Le opere richiamate, tuttavia, non superano un limite intrinseco: in esse v'è sempre qualcuno che attende, non si sa bene chi o cosa. Sulla via che va da Emmaus a Gerusalemme, invece, si incontra Uno che da sempre è accanto all'uomo, ospite silenzioso e premuroso dell'umana intimità. Nella sua essenza più profonda, in effetti, Emmaus richiama alla sequela di Cristo e alla sua imitazione. Ed è in questo senso che la vita, specchio del viaggio, può trasformarsi in itinerario per innestare nella coscienza il desiderio di ritornare al principio, a quella che già sant'Agostino indicava come la necessità di passare dall'esteriorità dispersiva alle profondità intime e segrete dell'uomo, dove dimorano l'Io e Dio. Un monito ancor più attuale in un tempo, quale quello presente, fatto soprattutto di apparenze, incline all'ostentazione esteriore, attratto dalla superficie levigata dei corpi, votato alla frivolezza delle esperienze, sensibile solo alla leggerezza e alla futilità. Un altro poeta turco, il contemporaneo Yunus Emre, cantava: «Invano andrai in pellegrinaggio, è meglio penetrare in un cuore», ricordando che pure la mera pratica religiosa è insufficiente rispetto all'autenticità della fede e dell'anima. È anche l'esempio che, in questi giorni speciali, ci viene da Maria: dalla sua testimonianza di madre e donna, spesso ignorata, purtroppo, proprio dalle madri e dalle donne, il cristiano capisce di non poter ruotare su se stesso, ma di essere chiamato a irradiare luce nel suo ambiente: discepolo di Cristo, egli partecipa del suo splendore, fino a essere lui pure luce del mondo. Come Maria ha insegnato, è in ciò la vera felicità: fare della propria esistenza un dono. È l'approdo dell'umano peregrinare secondo Cristo. Dovrebbe essere quello di tutti e ciascuno, per sconfiggere l'egoismo e divenire infine, per dirla col filosofo tedesco Franz Rosenzweig, «ponte gettato tra ieri e domani, trampolino verso l'eternità». Pubblicato su "Gazzetta del Sud" del 17 gennaio 2010 |