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L’Eucarestia,
memoriale della Pasqua di Gesù
1. Ogni volta che celebriamo
l’Eucarestia, noi facciamo la memoria della morte e resurrezione
del Signore; infatti subito dopo la consacrazione diciamo:
“Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione”.
Cristo è morto ed è risorto una volta per sempre;
egli non muore più e non risorge più nel suo vero corpo,
perché è il vivente in eterno; tuttavia la grazia dell’evento
pasquale si fa attuale e presente in ogni celebrazione eucaristica,
come in tutti i sacramenti, e ci viene donata, come fonte e forza di
salvezza e di liberazione.
Più ancora: celebrare il memoriale della Pasqua di Gesù
significa metterci di fronte a tutto l’agire salvifico di Dio,
per esserne coinvolti profondamente: dalla creazione, all’esodo,
dall’Alleanza sinaitica, ai Profeti, ai Sapienti, fino all’opera
redentrice di Gesù, che trova il suo punto culminante nella sua
morte e nella sua risurrezione e nell’effusione dello Spirito
Santo, nella Pentecoste, per cogliere i doni della salvezza e configurare
il nostro agire a quello di Dio, facendo della nostra vita una lode
al Signore ed un dono agli altri, nella carità.
2. Per capire che l’Eucarestia
è il memoriale della Pasqua di Gesù è bene rifarci
ad una storia antica: i Patriarchi biblici, nostri antenati
nella fede, ed i loro discendenti, nostri fratelli maggiori (come li
ha chiamati Giovanni Paolo II), quando vivevano un’esperienza
religiosa, di fede, particolarmente forte, oppure un evento di alleanza
come quella del Sinai, per non dimenticare questi fatti e per trasmetterne
la memoria ai loro discendenti, erigevano dei piccoli, alle volte rudimentali
monumenti, come segni immutabili, come ricordi perenni: così
Giacobbe, dopo aver visto in sogno una scala che saliva fino al cielo
e sulla quale scendevano e salivano degli angeli, per dire che Dio ama
comunicare agli uomini, che fra il cielo e la terra non c’è
una barriera…, svegliatosi, eresse una pietra, quella che gli
era servita come guanciale, vi versò sopra dell’olio e
la consacrò, facendo di quella pietra un segno, un memoriale
di quanto era accaduto (Gen 28, 10-19); su quella pietra, poi, nacque
il santuario di Betel.
Conclusa l’Alleanza con il suo popolo, presso il Sinai, Dio ordinò
a Mosè di costruire l’arca dell’Alleanza, una cassa
di legno pregiato, rivestita di lamine d’oro, contenente le tavole
della legge, un vasetto di manna e la verga di Mosè, come memoriale
dell’Alleanza, da non dimenticare e da trasmettere alle generazioni
future.
Anche Gesù, prima della sua morte e della sua risurrezione, ha
voluto, la sera del giovedì santo, lasciarci, come segno perenne
della sua Pasqua, non un oggetto sacro, ma il suo corpo, la sua stessa
persona, viva, presente nell’Eucarestia, memoriale della sua Pasqua,
segno visibile di una realtà che non si vede, ma che è
sempre all’opera nella nostra vita e nella storia degli uomini.
Celebrare l’Eucarestia significa rivivere la grazia della redenzione
e configurare la nostra vita a quella di Gesù, facendo di essa
un perenne rendimento di grazie a Dio, un servizio da rendere ai fratelli.
L’Eucarestia rivela l’uomo a se
stesso
1. Secondo il progetto di Dio,
l’uomo è una creatura chiamata a comunicare con Dio, con
le creature umane, con la natura: egli è chiamato a
un dialogo cosmico, senza del quale mortificata risulterebbe la sua
personalità, limitata e mancante la sua presenza nella storia.
Ora la liturgia eucaristica è una liturgia dialogata, capace
di formare al dialogo: durante il suo svolgimento ci sono preghiere,
azioni, gesti riservati al sacerdote come la proclamazione del Vangelo,
la presentazione a Dio del pane e del vino, la consacrazione, il dono
della pace, la comunione, la benedizione finale, che trovano subito
la loro immediata risposta da parte dell’assemblea.
Al saluto augurale del sacerdote, all’inizio dell’Eucarestia,
l’assemblea dona la risposta, dicendo “e con il tuo spirito”;
le preghiere che il sacerdote pronuncia, compresa la grande preghiera
eucaristica (canone), si concludono sempre con l’amen dell’assemblea;
alla proclamazione della Parola di Dio, fatta dai lettori e dal sacerdote,
l’assemblea reagisce con l’acclamazione “rendiamo
grazie a Dio”, “lode a te o Cristo” e partecipa alla
liturgia della Parola con l’ascolto, con l’atteggiamento
del corpo, come lo stare seduti o in piedi; al momento della consacrazione,
l’assemblea non rimane passiva, ma partecipa, stando in ginocchio
o in piedi, guardando verso l’altare, dando la risposta della
fede al sacerdote che dice: “Mistero della fede”; al momento
della comunione il fedele risponde alle parole del sacerdote, con l’amen
della fede… La liturgia eucaristica è un dialogo dall’inizio
alla fine; è una scuola che forma al dialogo, dimensione fondamentale
dell’uomo, del credente; è un’azione sacra che rivela
all’uomo la sua identità di creatura, chiamata a comunicare
con Dio, con gli altri, con la creazione, le cui voci diventano lode
e canto al Signore sulle su labbra.
2. L’uomo, la donna, per
natura, sono chiamati a vivere nell’amore ed a realizzarsi nell’amore.
L’odio ammazza la creatura umana, la rende selvaggia, brutale,
oscura. L’amore costruisce la nostra identità umana, prima
ancora che cristiana, conferendo luminosità al nostro volto,
gioia al nostro cuore, bontà ai nostri sentimenti interiori come
alle nostre parole ed al gesto delle nostre mani. Chi ama è nella
vita; chi odia e nella morte. San Giovanni faceva capire questa verità
ai suoi cristiani, dicendo: “Chi ama suo fratello è nella
luce; ma chi odia suo fratello è nelle tenebre e cammina nelle
tenebre” (1Gv 2, 10-11).
Nell’Eucarestia, presenza e memoriale di un corpo offerto e di
un sangue versato; celebrazione dell’amore di Dio, la cui vita,
in Gesù, si è donata e si dona a noi, l’uomo scopre
la sua identità ed il suo programma di vita.
Non trattenendo la propria vita ed i propri beni egoisticamente per
sé, egli si realizza; ma donando se stesso agli altri nei gesti
dell’amore fraterno e della solidarietà.
Nell’Eucarestia l’uomo ritrova il suo vero volto umano,
il volto della carità e della condivisione, il volto che Dio
gli ha dato, creandolo a sua immagine e somiglianza. (Gen 1, 26).
L’Eucarestia edifica la Chiesa e ci mette
in comunione con la Chiesa celeste e in attesa del ritorno di Cristo.
1. L’Eucarestia edifica la Chiesa
S. Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi
(12, 12-27) , nel presentare la realtà della Chiesa, ricorre
all’immagine del corpo. Come il corpo umano è formato da
varie membra che si ricongiungono tutte alla testa e tutte le membra
sono legate le une alle altre; così è la Chiesa.
Essa è un corpo materiale e spirituale, comunque misterioso,
del quale Cristo è il capo e noi siamo le membra. La Chiesa è
il corpo di Cristo; corpo nel quale siamo stati inseriti, incorporati
con il sacramento del Battesimo. C’è un rapporto intimo
fra noi e gli altri cristiani; esiste un rapporto profondo fra noi ed
il Cristo. Ora questa incorporazione a Cristo, già realizzata
nel battesimo, si rinnova e si consolida tutte le volte che noi celebriamo
l’Eucarestia, soprattutto con la piena partecipazione che si ha
nella comunione sacramentale.
Nella Eucaristia c’è un solo pane, anche se viene spezzato
per essere condiviso da tutti. Ora noi, mangiando questo unico pane,
diventiamo un unico corpo (cfr. 1 Cor 10, 16-17). All’esortazione
dell’Apostolo Paolo si aggiunge il commento di S. Giovanni Crisostomo:
“Cos’è infatti il pane? E’ il corpo di Cristo.
Cosa diventano quelli che lo ricevono? Corpo di Cristo; ma non molti
corpi, bensì un solo corpo”. Grazie a questa forza rigeneratrice
di unità del corpo di Cristo, la Chiesa è chiamata ad
opporsi ai germi di disgregazione tra gli uomini, derivanti dall’odio,
dall’invidia, dalle cattiverie, dai dislivelli economici e sociali,
dalle guerre: cose tutte che trovano la loro origine nel peccato.
L’Eucarestia, mentre costruisce la Chiesa, come unico corpo, crea
legami di solidarietà anche tra i popoli.
2. L’Eucarestia ci mette in comunione con la Chiesa celeste e
in attesa del ritorno di Cristo.
La proiezione verso il nostro traguardo
finale, la tensione verso la casa del Padre, il regno dei cieli, nella
celebrazione eucaristica si fa sentire nelle orazioni, nella grande
preghiera eucaristica (canone), nella parola di Dio che ci viene proclamata;
in maniera particolare, dopo la consacrazione, quando diciamo “Annunciamo
la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa
della tua venuta”. Siamo noi, che, davanti al corpo offerto ed
al sangue versato di Cristo, ci proclamiamo, ci riconosciamo una comunità
che vive il suo presente nell’attesa di un evento futuro, il ritorno
di Cristo. Questo costituisce ciò che i teologi chiamano “tensione
escatologica”; se vogliamo, questa tensione è anticipazione
della gloria futura, pregustazione della gioia piena, promessa da Cristo
(cfr Gv 15,11), che noi possederemo nella Chiesa celeste.
La Chiesa terrestre che siamo noi, detta anche Chiesa pellegrina, perché
in viaggio verso la meta finale, e la Chiesa Celeste, formata da coloro
che sono in via di purificazione (purgatorio) e da coloro che già
contemplano il Volto di Dio, costituiscono un unico corpo, un’unica
famiglia, un unica comunità.
La celebrazione eucaristica ci mette in particolare comunione con la
Chiesa celeste. L’attesa dei cieli nuovi e della terra nuova (cfr
Ag 21,1), che già dobbiamo cominciare a costituire nel presente,
non ci allontana dall’impegno e dalla responsabilità verso
la terra presente (famiglia, scuola, mondo del lavoro, politica, il
sistema economico), ma ci stimola ad essere sempre più responsabili
verso la storia.
Il corpo eucaristico di Cristo, che nella fede noi riconosciamo e adoriamo
presente nel segno del pane consacrato e frutto del grembo verginale
di Maria alla quale ci rivolgiamo perché ci aiuti a fare dell’eucaristia
una esperienza ed un impegno di comunione con i nostri fratelli della
stessa fede e di solidarietà con i popoli della terra.
Concludiamo la nostra riflessione sull’Eucarestia,
soffermandoci su questi due punti: l’Eucarestia e l’impegno
ecumenico – Maria, donna eucaristica.
1. L’Eucarestia e l’impegno ecumenico
Nata dalla Pasqua di Gesù, come unica famiglia,
la Chiesa ha conservato questa identità in tutto il primo millennio
dell’era cristiana, anche se piccole e temporanee divisioni ne
avevano già ferito l’unità: nella 1^ lettera ai
Corinti, San Paolo lamenta, già negli anni 50, le fazioni e le
divisioni presenti nella Chiesa alla quale si rivolge, mettendo in evidenza
che la scissione della comunità è lacerazione del corpo
di Cristo (cfr 1Cor 1, 10-16).
Ma fu soprattutto nel secondo millennio che la Chiesa conobbe dolorosamente
divisioni e lacerazioni di grave entità: alla fine del sec. XI,
lo scisma d’Oriente; nel sec. XVI lo scisma della chiesa anglicana
e quello del protestantesimo; e ultimamente, nel sec. XX, lo scisma
della chiesa di Lefevre e quello della chiesa nazionale-cinese.
La celebrazione eucaristica, mentre rinsalda la nostra comunione con
Cristo e fra di noi, non può farci dimenticare i nostri fratelli
cristiani che sono usciti dalla dimensione ecclesiale.
La preghiera che Gesù ha rivolto al padre, durante l’ultima
cena: “Padre che tutti siano una cosa sola”, deve suscitare
in ciascuno di noi quell’ansia ecumenica che già la Chiesa
Apostolica esprimeva, quando diceva: “Signore, come questo pane,
che noi consacriamo, è frutto di tanti grani di frumento, macinati
insieme, così fa che noi diventiamo un solo corpo”. I rapporti
di dialogo, di rispetto, di benevolenza, che, a partire soprattutto
dal Papa Giovanni XXIII, si sono stabiliti con i fratelli cristiani
separati, hanno bisogno del sostegno della nostra preghiera, che sarà
gradita a Dio, se accompagnata dal nostro impegno di creare unità
nell’ambiente in cui viviamo.
2. Maria, donna eucaristica
Il corpo di Cristo che noi adoriamo e riceviamo
nell’Eucarestia è frutto del grembo verginale di Maria,
che ha saputo dire il suo “si” e Dio che la chiamava ad
essere madre del Messia.
C’è un’analogia profonda tra il fiat pronunciato
da Maria alle parole dell’Angelo e l’amen che ogni fedele
pronuncia quando riceve il corpo del Signore. A Maria fu chiesto di
credere che colui che Ella concepiva “per opera dello Spirito
santo” era il “Figlio di Dio” (Lc 1, 30-35). In continuità
con la fede della Vergine, nel mistero eucaristico ci viene chiesto
di credere che quello stesso Gesù, Figlio di Dio e Figlio di
Maria, si rende presente con l’intero suo essere umano-divino
nei segni del pane e del vino (Ecclesia del Eucharistia, 55).
Maria, poi, durante la sua vita, accanto al Cristo e soprattutto nel
momento della Croce, ha vissuto la dimensione sacrificale dell’Eucaristia.
Celebrare e vivere l’Eucaristia,
come memoriale della morte e risurrezione di Cristo, significa, pertanto,
associarci alla fede eucaristica di Maria, che, nella primitiva Chiesa
Apostolica, ha celebrato la cena del Signore, insieme agli altri fedeli.
Due cose chiediamo al Signore:
sentirci costruttori di unità nel nostro ambiente e figli di
Maria tutte le volte che pronunciamo l’amen della nostra fede
davanti all’Eucaristia.
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