Omelie sull'Eucarestia

di don Erminio Pinciroli

 

  L’Eucarestia, memoriale della Pasqua di Gesù

1. Ogni volta che celebriamo l’Eucarestia, noi facciamo la memoria della morte e resurrezione del Signore; infatti subito dopo la consacrazione diciamo: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione”.
Cristo è morto ed è risorto una volta per sempre; egli non muore più e non risorge più nel suo vero corpo, perché è il vivente in eterno; tuttavia la grazia dell’evento pasquale si fa attuale e presente in ogni celebrazione eucaristica, come in tutti i sacramenti, e ci viene donata, come fonte e forza di salvezza e di liberazione.
Più ancora: celebrare il memoriale della Pasqua di Gesù significa metterci di fronte a tutto l’agire salvifico di Dio, per esserne coinvolti profondamente: dalla creazione, all’esodo, dall’Alleanza sinaitica, ai Profeti, ai Sapienti, fino all’opera redentrice di Gesù, che trova il suo punto culminante nella sua morte e nella sua risurrezione e nell’effusione dello Spirito Santo, nella Pentecoste, per cogliere i doni della salvezza e configurare il nostro agire a quello di Dio, facendo della nostra vita una lode al Signore ed un dono agli altri, nella carità.

2. Per capire che l’Eucarestia è il memoriale della Pasqua di Gesù è bene rifarci ad una storia antica: i Patriarchi biblici, nostri antenati nella fede, ed i loro discendenti, nostri fratelli maggiori (come li ha chiamati Giovanni Paolo II), quando vivevano un’esperienza religiosa, di fede, particolarmente forte, oppure un evento di alleanza come quella del Sinai, per non dimenticare questi fatti e per trasmetterne la memoria ai loro discendenti, erigevano dei piccoli, alle volte rudimentali monumenti, come segni immutabili, come ricordi perenni: così Giacobbe, dopo aver visto in sogno una scala che saliva fino al cielo e sulla quale scendevano e salivano degli angeli, per dire che Dio ama comunicare agli uomini, che fra il cielo e la terra non c’è una barriera…, svegliatosi, eresse una pietra, quella che gli era servita come guanciale, vi versò sopra dell’olio e la consacrò, facendo di quella pietra un segno, un memoriale di quanto era accaduto (Gen 28, 10-19); su quella pietra, poi, nacque il santuario di Betel.
Conclusa l’Alleanza con il suo popolo, presso il Sinai, Dio ordinò a Mosè di costruire l’arca dell’Alleanza, una cassa di legno pregiato, rivestita di lamine d’oro, contenente le tavole della legge, un vasetto di manna e la verga di Mosè, come memoriale dell’Alleanza, da non dimenticare e da trasmettere alle generazioni future.
Anche Gesù, prima della sua morte e della sua risurrezione, ha voluto, la sera del giovedì santo, lasciarci, come segno perenne della sua Pasqua, non un oggetto sacro, ma il suo corpo, la sua stessa persona, viva, presente nell’Eucarestia, memoriale della sua Pasqua, segno visibile di una realtà che non si vede, ma che è sempre all’opera nella nostra vita e nella storia degli uomini.
Celebrare l’Eucarestia significa rivivere la grazia della redenzione e configurare la nostra vita a quella di Gesù, facendo di essa un perenne rendimento di grazie a Dio, un servizio da rendere ai fratelli.


L’Eucarestia rivela l’uomo a se stesso

1. Secondo il progetto di Dio, l’uomo è una creatura chiamata a comunicare con Dio, con le creature umane, con la natura: egli è chiamato a un dialogo cosmico, senza del quale mortificata risulterebbe la sua personalità, limitata e mancante la sua presenza nella storia.
Ora la liturgia eucaristica è una liturgia dialogata, capace di formare al dialogo: durante il suo svolgimento ci sono preghiere, azioni, gesti riservati al sacerdote come la proclamazione del Vangelo, la presentazione a Dio del pane e del vino, la consacrazione, il dono della pace, la comunione, la benedizione finale, che trovano subito la loro immediata risposta da parte dell’assemblea.
Al saluto augurale del sacerdote, all’inizio dell’Eucarestia, l’assemblea dona la risposta, dicendo “e con il tuo spirito”; le preghiere che il sacerdote pronuncia, compresa la grande preghiera eucaristica (canone), si concludono sempre con l’amen dell’assemblea; alla proclamazione della Parola di Dio, fatta dai lettori e dal sacerdote, l’assemblea reagisce con l’acclamazione “rendiamo grazie a Dio”, “lode a te o Cristo” e partecipa alla liturgia della Parola con l’ascolto, con l’atteggiamento del corpo, come lo stare seduti o in piedi; al momento della consacrazione, l’assemblea non rimane passiva, ma partecipa, stando in ginocchio o in piedi, guardando verso l’altare, dando la risposta della fede al sacerdote che dice: “Mistero della fede”; al momento della comunione il fedele risponde alle parole del sacerdote, con l’amen della fede… La liturgia eucaristica è un dialogo dall’inizio alla fine; è una scuola che forma al dialogo, dimensione fondamentale dell’uomo, del credente; è un’azione sacra che rivela all’uomo la sua identità di creatura, chiamata a comunicare con Dio, con gli altri, con la creazione, le cui voci diventano lode e canto al Signore sulle su labbra.

2. L’uomo, la donna, per natura, sono chiamati a vivere nell’amore ed a realizzarsi nell’amore. L’odio ammazza la creatura umana, la rende selvaggia, brutale, oscura. L’amore costruisce la nostra identità umana, prima ancora che cristiana, conferendo luminosità al nostro volto, gioia al nostro cuore, bontà ai nostri sentimenti interiori come alle nostre parole ed al gesto delle nostre mani. Chi ama è nella vita; chi odia e nella morte. San Giovanni faceva capire questa verità ai suoi cristiani, dicendo: “Chi ama suo fratello è nella luce; ma chi odia suo fratello è nelle tenebre e cammina nelle tenebre” (1Gv 2, 10-11).
Nell’Eucarestia, presenza e memoriale di un corpo offerto e di un sangue versato; celebrazione dell’amore di Dio, la cui vita, in Gesù, si è donata e si dona a noi, l’uomo scopre la sua identità ed il suo programma di vita.
Non trattenendo la propria vita ed i propri beni egoisticamente per sé, egli si realizza; ma donando se stesso agli altri nei gesti dell’amore fraterno e della solidarietà.
Nell’Eucarestia l’uomo ritrova il suo vero volto umano, il volto della carità e della condivisione, il volto che Dio gli ha dato, creandolo a sua immagine e somiglianza. (Gen 1, 26).


L’Eucarestia edifica la Chiesa e ci mette in comunione con la Chiesa celeste e in attesa del ritorno di Cristo.


1. L’Eucarestia edifica la Chiesa

S. Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi (12, 12-27) , nel presentare la realtà della Chiesa, ricorre all’immagine del corpo. Come il corpo umano è formato da varie membra che si ricongiungono tutte alla testa e tutte le membra sono legate le une alle altre; così è la Chiesa.
Essa è un corpo materiale e spirituale, comunque misterioso, del quale Cristo è il capo e noi siamo le membra. La Chiesa è il corpo di Cristo; corpo nel quale siamo stati inseriti, incorporati con il sacramento del Battesimo. C’è un rapporto intimo fra noi e gli altri cristiani; esiste un rapporto profondo fra noi ed il Cristo. Ora questa incorporazione a Cristo, già realizzata nel battesimo, si rinnova e si consolida tutte le volte che noi celebriamo l’Eucarestia, soprattutto con la piena partecipazione che si ha nella comunione sacramentale.
Nella Eucaristia c’è un solo pane, anche se viene spezzato per essere condiviso da tutti. Ora noi, mangiando questo unico pane, diventiamo un unico corpo (cfr. 1 Cor 10, 16-17). All’esortazione dell’Apostolo Paolo si aggiunge il commento di S. Giovanni Crisostomo: “Cos’è infatti il pane? E’ il corpo di Cristo. Cosa diventano quelli che lo ricevono? Corpo di Cristo; ma non molti corpi, bensì un solo corpo”. Grazie a questa forza rigeneratrice di unità del corpo di Cristo, la Chiesa è chiamata ad opporsi ai germi di disgregazione tra gli uomini, derivanti dall’odio, dall’invidia, dalle cattiverie, dai dislivelli economici e sociali, dalle guerre: cose tutte che trovano la loro origine nel peccato.
L’Eucarestia, mentre costruisce la Chiesa, come unico corpo, crea legami di solidarietà anche tra i popoli.

2. L’Eucarestia ci mette in comunione con la Chiesa celeste e in attesa del ritorno di Cristo.

La proiezione verso il nostro traguardo finale, la tensione verso la casa del Padre, il regno dei cieli, nella celebrazione eucaristica si fa sentire nelle orazioni, nella grande preghiera eucaristica (canone), nella parola di Dio che ci viene proclamata; in maniera particolare, dopo la consacrazione, quando diciamo “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”. Siamo noi, che, davanti al corpo offerto ed al sangue versato di Cristo, ci proclamiamo, ci riconosciamo una comunità che vive il suo presente nell’attesa di un evento futuro, il ritorno di Cristo. Questo costituisce ciò che i teologi chiamano “tensione escatologica”; se vogliamo, questa tensione è anticipazione della gloria futura, pregustazione della gioia piena, promessa da Cristo (cfr Gv 15,11), che noi possederemo nella Chiesa celeste.
La Chiesa terrestre che siamo noi, detta anche Chiesa pellegrina, perché in viaggio verso la meta finale, e la Chiesa Celeste, formata da coloro che sono in via di purificazione (purgatorio) e da coloro che già contemplano il Volto di Dio, costituiscono un unico corpo, un’unica famiglia, un unica comunità.
La celebrazione eucaristica ci mette in particolare comunione con la Chiesa celeste. L’attesa dei cieli nuovi e della terra nuova (cfr Ag 21,1), che già dobbiamo cominciare a costituire nel presente, non ci allontana dall’impegno e dalla responsabilità verso la terra presente (famiglia, scuola, mondo del lavoro, politica, il sistema economico), ma ci stimola ad essere sempre più responsabili verso la storia.


Il corpo eucaristico di Cristo, che nella fede noi riconosciamo e adoriamo presente nel segno del pane consacrato e frutto del grembo verginale di Maria alla quale ci rivolgiamo perché ci aiuti a fare dell’eucaristia una esperienza ed un impegno di comunione con i nostri fratelli della stessa fede e di solidarietà con i popoli della terra.

Concludiamo la nostra riflessione sull’Eucarestia, soffermandoci su questi due punti: l’Eucarestia e l’impegno ecumenico – Maria, donna eucaristica.

1. L’Eucarestia e l’impegno ecumenico


Nata dalla Pasqua di Gesù, come unica famiglia, la Chiesa ha conservato questa identità in tutto il primo millennio dell’era cristiana, anche se piccole e temporanee divisioni ne avevano già ferito l’unità: nella 1^ lettera ai Corinti, San Paolo lamenta, già negli anni 50, le fazioni e le divisioni presenti nella Chiesa alla quale si rivolge, mettendo in evidenza che la scissione della comunità è lacerazione del corpo di Cristo (cfr 1Cor 1, 10-16).
Ma fu soprattutto nel secondo millennio che la Chiesa conobbe dolorosamente divisioni e lacerazioni di grave entità: alla fine del sec. XI, lo scisma d’Oriente; nel sec. XVI lo scisma della chiesa anglicana e quello del protestantesimo; e ultimamente, nel sec. XX, lo scisma della chiesa di Lefevre e quello della chiesa nazionale-cinese.
La celebrazione eucaristica, mentre rinsalda la nostra comunione con Cristo e fra di noi, non può farci dimenticare i nostri fratelli cristiani che sono usciti dalla dimensione ecclesiale.
La preghiera che Gesù ha rivolto al padre, durante l’ultima cena: “Padre che tutti siano una cosa sola”, deve suscitare in ciascuno di noi quell’ansia ecumenica che già la Chiesa Apostolica esprimeva, quando diceva: “Signore, come questo pane, che noi consacriamo, è frutto di tanti grani di frumento, macinati insieme, così fa che noi diventiamo un solo corpo”. I rapporti di dialogo, di rispetto, di benevolenza, che, a partire soprattutto dal Papa Giovanni XXIII, si sono stabiliti con i fratelli cristiani separati, hanno bisogno del sostegno della nostra preghiera, che sarà gradita a Dio, se accompagnata dal nostro impegno di creare unità nell’ambiente in cui viviamo.

2. Maria, donna eucaristica


Il corpo di Cristo che noi adoriamo e riceviamo nell’Eucarestia è frutto del grembo verginale di Maria, che ha saputo dire il suo “si” e Dio che la chiamava ad essere madre del Messia.
C’è un’analogia profonda tra il fiat pronunciato da Maria alle parole dell’Angelo e l’amen che ogni fedele pronuncia quando riceve il corpo del Signore. A Maria fu chiesto di credere che colui che Ella concepiva “per opera dello Spirito santo” era il “Figlio di Dio” (Lc 1, 30-35). In continuità con la fede della Vergine, nel mistero eucaristico ci viene chiesto di credere che quello stesso Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, si rende presente con l’intero suo essere umano-divino nei segni del pane e del vino (Ecclesia del Eucharistia, 55).
Maria, poi, durante la sua vita, accanto al Cristo e soprattutto nel momento della Croce, ha vissuto la dimensione sacrificale dell’Eucaristia.

Celebrare e vivere l’Eucaristia, come memoriale della morte e risurrezione di Cristo, significa, pertanto, associarci alla fede eucaristica di Maria, che, nella primitiva Chiesa Apostolica, ha celebrato la cena del Signore, insieme agli altri fedeli.

Due cose chiediamo al Signore: sentirci costruttori di unità nel nostro ambiente e figli di Maria tutte le volte che pronunciamo l’amen della nostra fede davanti all’Eucaristia.