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  Quel memorabile 6 ottobre 1984
Wojtyla incoronò l'immagine della Madonna di Porto a Catanzaro
 

 

   Il 6 ottobre 1984 Papa Giovanni Paolo II arriva a Catanzaro. Con il suo sorriso e i suoi occhi carichi di speranza abbraccia l'intera comunità. Celebra la Santa Messa in un affollato stadio comunale. Poi visita i degenti del Pugliese. Infine incontra i sacerdoti al Pontificio Seminario "San Pio X". E' stato un grande evento di fede e di cultura scolpito nel cuore di molti catanzaresi.
Riviviamo quel giorno attraverso il vivo ricordo di monsignor Antonio Cantisani, allora arcivescovo di Catanzaro e vescovo di Squillace.
Come ricorda la visita pastorale di Papa Giovanni Paolo II, di venerata memoria, compiuta a Catanzaro il 6 ottobre 1984?
Ricordo quella visita come l'evento che più ha segnato il mio lungo episcopato. E non cedo alla retorica se lo considero un evento "storico". Non solo perché la visita di Giovanni Paolo II a Catanzaro avveniva più di otto secoli dopo la visita di Callisto II, il Papa che allora aveva fondato la diocesi,ma anche perché l'incontro con il Successore di Pietro è stato una corale professione di fede. C'eravamo proprio tutti quel giorno. E da allora si è fatta più viva la nostra fiducia, più che mai determinati a fare ciascuno la propria parte.
Nonostante siano trascorsi 25 anni, quell'evento straordinario certamente ha qualcosa ancora da dire alla Calabria di oggi. Qual è l'attualità del messaggio consegnato da Giovanni Paolo II ai calabresi, credenti e non?
Non qualche cosa ha da dire quell'evento alla Calabria d'oggi, ma molte cose. Un messaggio davvero provocatorio. Già allora dissi che con i suoi diciassette discorsi il Papa aveva rivolto una "enciclica sociale" alla Calabria. C'è davvero tutto per uscire una buona volta da quella passività che ci avvolge e ci blocca. Certo, il Papa ha detto che la Chiesa contribuisce alla"crescita autonoma di tutta la regione innanzitutto evangelizzando, ma ha detto anche che si ha il "dovere di porsi in prima fila nel denunciare le ingiustizie", di "creare una forte coscienza morale, sociale e politica che susciti concrete iniziative", di "porre in cima ad ogni progetto la partecipazione attiva al governo della cosa pubblica". Il Santo Padre ha parlato anche dello "sforzo per rendere funzionali ed efficienti le istituzioni" e della "libera iniziativa"da rendere più "coraggiosa", sottolineando come condizioni necessarie per lo sviluppo la fiducia la concordia. Ricordare il messaggio che Giovanni Paolo II ci ha rivolto 25 anni orsono è davvero un'occasione preziosa per ritornarci su, per fare una seria verifica della nostra risposta e soprattutto per decidersi, attraverso scelte operative più radicali, per una forte presenza liberatrice di noi cristiani nella vita della nostra Calabria.
Durante la partecipata celebrazione in occasione della solennità della Dedicazione della Chiesa Cattedrale, lei disse testualmente al Santo Padre: "Un Papa, Callisto II, ha fondato questa Chiesa, un altro Papa ora viene a rifondarla". Quali sono i frutti maturati nella Chiesa di Catanzaro grazie alla visita di Papa Wojtyla?
Mi uscì quello slogan dal cuore proprio perché vedevo nella visita del successore di Pietro un'occasione unica per un rinnovamento della comunità, che, peraltro, deve essere dimensione permanente della sua vita. La Chiesa, se vuol essere autentica, vive sempre in stato di riforma. Certo, i frutti della visita del Papa li conosce il Signore. Posso, però, dire che da quel giorno abbiamo cercato di approfondire sempre di più quel mistero di "Chiesa-comunione"che avevamo riscoperto con il Concilio Vaticano II. Finché negli anni novanta si è celebrato dopo oltre un secolo il Sinodo Diocesano,che è stato appunto un'esperienza straordinaria di comunione. E' stato il Popolo di Dio, nella totalità delle sue componenti, nella varietà e nella molteplicità dei carismi e dei ministeri, a darsi quelle linee pastorali che devono aiutarlo ad essere nel territorio segno credibile dell'amore di Dio per tutta l'umanità.
Nel corso della celebrazione eucaristica allo stadio Giovanni Paolo II ha incoronato del titolo regale la Madonna di Porto. Considerata la grande devozione che il popolo catanzarese riconosce alla Madonna venerata nel Santuario di Gimigliano, che lei in occasione del Giubileo del 2000 ha elevato alla dignità di Santuario Diocesano,qual è il significato del gesto?
In verità, "Madonna di Porto" era santuario diocesano da tempo: io ho voluto solo valorizzarlo soprattutto profittando della grazia del Giubileo. Accettando la nostra richiesta di incoronare la Madonna, il Papa ha confermato la grande devozione della diocesi catanzarese a Maria e, d'altra parte, ha voluto sottolineare che tale devozione è autentica se camminiamo ogni giorno sulle orme di Colei che il Signore ha voluto nostra madre e regina. La devozione alla Madonna, quando è autentica, è la via più sicura per arrivare a Gesù Cristo, unico ed universale Salvatore.
Il Santo Padre ha così esortato i degenti dell'Ospedale "Pugliese": "Voi aggiungerete la vostra pagine a quel Vangelo della Sofferenza, che svela la forza ed il significato salvifico del dolore nella missione di Cristo e in quella della Chiesa". Parole profetiche. Giovanni Paolo II ha parlato proprio di un "Vangelo della Sofferenza" di cui lui stesso sarà protagonista negli ultimi anni del Pontificato.
Avevamo sempre considerato Papa Wojtyla un atleta: e lo era. Forse, però, lo ricorderemo soprattutto come "uomo sofferente". Vivendo nella fede la sua malattia, il Papa ha confermato con la testimonianza quanto aveva detto a Catanzaro sul "valore salvifico del dolore". Il Signore non ci libera sempre dalle sofferenze, ma ci libera sempre nelle sofferenze, dandoci la forza non solo di accettarle filialmente dalle sue mani, ma anche di trasformarle in strumento di amore: completiamo la Passione di Cristo per la salvezza del mondo. Quante volte il Papa ha detto chela vita ha valore assoluto dal primo istante del suo concepimento fino al suo tramonto naturale! Certo, in chi soffre c'è una presenza speciale del Signore, e questo esige un amore di preferenza. Di fronte agli ammalati dobbiamo essere segno di quell'amore di Dio che è fatto di donazione e di tenerezza.
"Il sacerdote è veramente il testimone vivente della fede, è il missionario del Vangelo, è il profeta della speranza che non delude,diventa per ciò stesso costruttore della Chiesa di Cristo, artefice di pace e di promozione umana,tutore degli orfani e dei piccoli,consolatore dei sofferenti, in una parola: padre delle anime", ha detto Giovanni Paolo II visitando il seminario regionale "San Pio X". Qual è l'insegnamento che dovrebbero trarre i sacerdoti e i seminaristi della Diocesi di Catanzaro-Squillace dal messaggio di Papa Wojtyla?
Non si è trattato solo della visita al seminario, ma è stato un incontro del Papa con i preti della Calabria. Ed erano quel giorno oltre 600. E tutti entusiasti di quel momento di grazia. Alla luce del messaggio del Papa i sacerdoti hanno capito che devono essere "incarnati nel territorio" nella piena condivisione dei problemi della gente; "testimoni di speranza" che sanno dare ai calabresi la certezza di un futuro migliore; "annunziatori del Vangelo", impegnati perciò a portare tutti ad un incontro personale con Gesù Cristo, l'unico che può liberare le coscienze da ogni forma di egoismo e rendere capaci di costruire una società solidale; e, infine, "uomini di comunione" che, soprattutto attraverso il dono totale di se stessi, costruiscono autentiche comunità ove ci si ama dello stesso amore di Dio. ( )
In Calabria il Papa ha più volte ribadito la cosiddetta "questione calabrese". A Lamezia Terme ebbe modo di dire: "La Calabria è venuta così configurandosi anche come terra di contrasti:alla ricchezza di alcuni fa riscontro la ristrettezza,quando non addirittura la povertà,di non pochi.".
Sono parole di un'attualità schiacciante. Possono fare da apripista per il prossimo Convegno ecclesiale? Che cosa dovranno dire i vescovi calabresi alla gente della nostra regione?
E' evidente che sono parole di sconvolgente attualità. E guai a non tenerle presenti al prossimo convegno. Certo, la "questione calabrese" è sempre più "questione nazionale" (ed europea!). Ma molto dipende da noi. E perciò i vescovi calabresi ci diranno che dobbiamo sempre più liberarci dalla paura, dal fatalismo, dal clientelismo, dall'individualismo. Essere più presenti nelle varie realtà sociali, più determinati, più creativi. E più uniti: solo "insieme" ci salveremo. E perciò i vescovi diranno che tanto più contribuiremo a fare una Calabria nuova, quanto più autentica sarà la nostra fede: una fede che, fondata sulla Parola di Dio, si nutre alla mensa eucaristica e si esprime nella vita di ogni giorno attraverso l'amore.
Ricorda qualche aneddoto particolare, che non ha avuto eco sulla stampa del tempo, sulla visita apostolica in Calabria di Giovanni Paolo II?
Ne ricordo magari uno che, se fosse stato conosciuto subito, avrebbe senza'altro avuto più eco nella stampa. Quando, sceso a Lamezia dall'aereo, il Papa si accingeva a salutare i vescovi, chi l'accompagnava lo invitò a baciare prima la terra. Era il gesto che il Pontefice compiva la prima volta che andava in una nazione. Papa Wojtyla l'ha baciata la terra di Calabria, però dopo aver detto sorridendo: "Ma la Calabria non è Italia?".

di Luigi Mariano Guzzo